Con l'album omonimo, i JaydeeQ firmano un debutto che nasce dall'incontro di percorsi musicali differenti e dalla volontà di esplorare nuovi linguaggi sonori. Il disco si muove tra elettronica, improvvisazione e ricerca, costruendo un'identità personale che non si lascia imbrigliare dalle convenzioni di genere, ma trova nella contaminazione e nella libertà espressiva il proprio punto di forza.
Abbiamo incontrato i JaydeeQ per parlare della genesi del progetto, del metodo creativo che anima la band e della visione che accompagna questo primo lavoro discografico, tra sperimentazione, istinto e la continua ricerca di un equilibrio sonoro capace di sorprendere.
Avete descritto parte del vostro processo creativo come una sorta di “cadavere squisito”. Quanto conta il caos nella vostra scrittura? Vi capita mai di non sapere esattamente dove porterà un brano mentre lo state costruendo?
Non è che ci capita, è la regola! A parte Alien Song che ha avuto una genesi diversa (originando da una sorta di jam elettronica insieme a PirATK), nessuno dei nostri brani, da chiunque di noi 3 origini, arriva mai a essere proposto completo agli altri 2, e passa attraverso il filtro di 2 altre menti con idee e visioni diverse. Ci è anche successo di partire con brani che ci davano grandi aspettative e che sono stati rimessi nel cassetto perché non portavano quello che promettevano all’inizio… o anche, per fortuna, all’esatto contrario
Quanto è importante lasciare spazio all’errore durante la produzione?
Secondo noi è fondamentale. L’errore di solito dà movimento; non è detto che sia un buon movimento ma a volte sì. E in quei casi vale la pena mantenerlo e lavorarci sopra per valorizzarlo.
Noi fortunatamente ne facciamo tantissimi di errori perché spesso la nostra scrittura parte da improvvisazione e interplay: colleghiamo gli strumenti al mixer e avviamo la registrazione e andiamo avanti una decina di minuti. Poi riascoltiamo con attenzione la registrazione cercando di capire se nel casino ci abbiamo prodotto si trova qualcosa di interessante: un riff, un particolare beat, una linea di basso… qualsiasi cosa.
E anche durante la registrazione dei brani per l’album abbiamo fatto errori; è naturale dal momento che abbiamo registrato per lo più in presa diretta. Abbiamo ovviamente fatto delle correzioni in postproduzione ma di quegli errori ci è piaciuto ed è ancora lì.
Il disco sembra vivere di continua tensione. È qualcosa che nasce naturalmente tra voi tre?
Sì, nasce naturalmente perché siamo dilaniati dalla lotta fra caos e controllo. Sia fra di noi che ognuno di noi interiormente.
Ognuno di noi vive un equilibrio instabile ma questi equilibri (instabili) sono diversi: in me – Diego – il controllo spesso vince sul caos, in Jacopo e Salvatore è il contrario (ma questo c’è da aspettarselo considerando che io sono ai drum pads e loro ai sintetizzatori…). E poi questi equilibri sono anche variabili. Insomma, la risposta semplice è sì: siamo un gran casino e tutto ‘sto casino si percepisce perfettamente in JaydeeQ.
Ci sono stati momenti in cui avete avuto paura di spingervi troppo oltre con la sperimentazione?
No mai. Abbiamo fatto quello che ci piace senza pensare troppo alla “vendibilità” del prodotto. E se non ci pensi… non ne hai paura.
Quanto conta il confronto reciproco all’interno del gruppo?
Conta moltissimo e infatti avviene di continuo e più sul piano pratico che su quello dialettico. Ovviamente parliamo fra di noi per prendere decisioni ma più spesso ci limitiamo a suonare insieme improvvisando, facendoci influenzare l’uno dall’altro cercando di chiamarci e risponderci. È quel processo creativo di cui ti parlavo prima: prima si mescolano le idee dei singoli, poi si ragiona su cosa ne è venuto fuori. E poi c’è il caso, che noi rispettiamo.
Qual è stata la traccia più difficile da chiudere e perché?
È stata ONS (One Night Stand). Perché in questo pezzo abbiamo deciso di fare un lavoro di svuotamento piuttosto estremo rispetto all’idea iniziale. Non è stato facile ma il risultato ci è piaciuto molto e infatti penso sia una strada che continueremo a percorrere: svuotare, suonare ancora meno cose. Avere arrangiamenti più minimali che allo stesso tempo siano ancora più curati dal punto divista armonico e melodico. Avere delle belle melodie su accordi belli, per dirla nella maniera più semplice possibile. Al contempo ci piacerebbe che ogni frase abbia tutto lo spazio necessario per poter viaggiare.
Vi piacerebbe mantenere questo approccio istintivo anche nei lavori futuri?
Senz’altro, man mano che il disco veniva alla luce, ma anche nei live che abbiamo fatto finora, è sempre più emerso questo tratto come nostra cifra distintiva. E ci piace perché ci diverte quindi no, non credo che decideremo di rinunciarci
